Il Cinedeaf visto da qui

La prima edizione del CINEDEAF, Festival del Cinema Sordo si è conclusa ieri sera con 'Coming Out', cortometraggio di sei minuti dalle geniali intuizioni, una costruzione dell'immagine forse un po' debole ma in sé la summa delle tematiche affrontate in questa prima edizione dal cinema sordo: l'omosessualità, l'incomprensione, l'affettività, le difficoltà di accettazione del mondo esterno, l'orgoglio sordo interpretato con la giusta ironia e leggerezza. Un corto che ha tanti livelli di lettura, proprio come questo festival, che ha permesso l'incontro di punti di vista e di 'ascolto' diversi e solo apparentemente inconciliabili. Tra le tante prospettive che, sono certa, saranno descritte da molte e più autorevoli penne – o dita, a voi la scelta – ho deciso di raccontarvi cosa resta di un festival a un sottotitolatore. Visto da qui, from where I'm standing.

Perché questo Festival, in particolare, ha dedicato grande attenzione alla sottotitolazione per sordi, decidendo con grande coraggio di fornire un servizio in doppia lingua, inglese e italiano (di cui l'inglese già presente sui supporti originari), su cortometraggi e lungometraggi prevalentemente segnati in lingua dei segni italiana, francese, inglese o americana. 

Il lavoro di un sottotitolatore in questo caso – come in tutti i casi di traduzione e adattamento audiovisivi – non può prescindere dalla conoscenza dell'utenza di arrivo, né da quella della lingua di origine, che potrebbe essere stata mal compresa o mal tradotta nei sottotitoli a video. Un lavoro certosino che richiede dedizione, attenzione e soprattutto passione. E non mi riferisco solo al saper tradurre 'sign language' con 'lingua dei segni' anziché 'linguaggio dei segni' o 'deaf' con 'sordo' anziché 'non udente' (come tante volte ho visto fare da parte di chi sottotitola ma resta ancora legato al politically correct), ma al riuscire a considerare tutte le variabili che distinguono la sottotitolazione per sordi dalla sottotitolazione per udenti (cartelli, rumori ambientali, calcolo dei tempi di lettura, spotting, traduzione/adattamento, sincronizzazione con l'originale). Variabili, queste, che differenziano la sottotitolazione per sordi all'interno di un festival dalla sottotitolazione per sordi in altri contesti (quello televisivo, in primis, e quello dell'home video), troppo spesso assoggettate a logiche di tempo e di mercato che portano il sottotitolatore a dimenticare tutto nell'arco di poche ore.

Il CINEDEAF è diverso. E' diverso perché ha portato la sottotitolazione per sordi all'interno di un festival del cinema sordo, con un pubblico a grande maggioranza di sordi, con film interpretati e diretti prevalentemente da attori sordi, con sottotitoli per sordi originariamente realizzati in altri Paesi, con altre convenzioni (singolare il caso di Deaf Jam) e destinati ad altre comunità sorde, caratterizzate da abitudini e stili di vita diversi. 

Diverso perché per la prima volta la sottotitolazione, in questo festival, ha sposato in pieno la 'mission' di CulturAbile, che l'ha realizzata. Diverso dagli altri per la quantità di stimoli, riflessioni ed emozioni che ho provato partecipando a questa 'jam' sorda e udente votata all'accessibilità.

Un sottotitolatore impara a conoscere i personaggi avendoli visti e rivisti prima di tutti gli altri una, cinque, dieci, cinquanta volte. Sa quanto un sottotitolo può essere riduttivo e spietato come un tweet quando deve entrare in un numero di caratteri per riga, moltiplicato per due, diviso il tempo e lo spazio tra un time in e un time out. Deve saper decidere cosa omettere, cosa aggiungere, decidere quanto e come rendere più poetico, più duro, più sottile, più esplicito o più allusivo un messaggio. Deve saper osservare da uno schermo le espressioni degli attori, i sottotitoli a video, la lista dialoghi, lo screenplay, poter riflettere, interpretare, risolvere. Deve avere il senso del ritmo, della musicalità, del suono, anche se un sottotitolo non è letto ad alta voce. Perché la parola, come il segno, è musica.

Dopo l'ostacolo di conversioni, calcolo di frame per second, formati video più o meno noti, simulazioni, prove e salvataggi, anche per me è arrivato il momento di abbandonare le 'creature' e di prepararmi alla proiezione. Il sottotitolatore diventa proiezionista. Sono entrambi lavori 'dietro le quinte', di cui pochi o nessuno si rende conto, il primo dietro uno o due computer, spesso dalla mattina a notte fonda, il secondo da una cabina di regia (quando va bene, come al Cinedeaf) ma sempre all'ombra. E improvvisamente, quando parte la proiezione, il sottotitolatore diventa emozione.

Un'emozione che inizia a sciogliersi quando sul grande schermo del cinema appare il primo sottotitolo. E' iniziata, e non si torna indietro. Da quel punto in poi è una successione di righe, di parole, di caratteri che si stagliano bianchissimi su fondo nero, E' una piccola corsa alla ricerca del sync perduto (quando la proiezione non è completamente automatizzata), è una gioia piccola e grandissima quando quelle quattro righe, due in italiano, due in inglese, si muovono all'unisono, omogenee e perfette.  

E' quello che ho provato anche io, e deve aver provato anche Luca – collega proiezionista per questo Festival – insieme a un piccolo dolore che non capisci bene cosa sia, se davvero dolore o semplicemente adrenalina, quando il film arriva ai titoli di coda. E ti verrebbe da dire che è durato troppo poco, ma un sottotitolo è effimero e vola, come i segni e le parole.

E con questa sensazione nel cuore, ieri sera alla fine del Cinedeaf, ho premuto stop sull'ultimo sottotitolo e sono partiti i titoli di coda. Stavolta non solo del corto, ma di tutto il festival. Ed è come quando corri a più non posso e ti fermi all'improvviso. Una sensazione come un piccolo vuoto, o un 'senso di perdita' (a 'sense of loss' come diceva la mamma di Austin in 'Austin Unbound'), i sottotitoli sono andati, da qualche parte che non ha dove se non nel cuore e nella mente di chi li ha guardati. Quei sottotitoli che non escono da una macchina, ma nascono dal pensiero, attraversano le dita, si poggiano leggeri sull'immagine. 

Nessuno la sente, la 'solitudine gioiosa' del sottotitolatore che chiude il festival. Applausi, parole, commenti, sguardi. Riavvolge i cavi, il sottotitolatore, arresta il computer, spegne la luce ed esce. Nella testa ci sono ancora immagini, movimenti, in e out, frasi che ritornano e a cui non dovrebbe pensare più. Per qualche giorno, ancora, le battute dei personaggi che ha amato verranno a far compagnia al sottotitolatore un po' più stanco e un po' più vuoto, ma immensamente ricco e felice e pronto per lanciarsi in una nuova sfida.

 

Grazie a tutta l'équipe del CINEDEAF per questa grande esperienza !

 

Saveria Arma

 

3 Responses to Il Cinedeaf visto da qui

  1. Pingback: Il Cinedeaf Festival del Cinema Sordo sbarca a Trani per l’edizione estiva | Associazione CulturAbile Onlus

  2. Grazie! Grande articolo, non sempre si trovano perle come queste.

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